Utilizzando questo sito si accetta l'utilizzo di cookies.

Stampa

I QUADERNI DEL CANOSSA

Scritto da Del Bue Ilaria on .

L’Istituto “Matilde di Canossa” svolge da alcuni anni una piccola, ma significativa attività editoriale.

La collana si chiama “Quaderni del Canossa”.

I “Quaderni” usciti fino a oggi hanno carattere collettivo, essendo sempre nati da un convegno e da un’iniziativa di dipartimento.

Forniamo i titoli, l’anno di stampa e il nome del curatore:

1.   Friedrich Nietzsche, Un filosofo e la sua ombra, 2002, a cura di Antonio Petrucci;

2.   Dee, Donne, Cyborgs, Trasformazioni dell’identità femminile, 2003, a cura di M. Domenica Tondelli;

3.   Il cerchio quadrato,  Momenti del Decadentismo europeo, 2004, a cura di Luca Manini;

4.   Filosofia al cinema, 2006, a cura di Antonio Petrucci e M. Domenica Tondelli;

5.  Clair de terre, Dada, Surrealismo e altro, 2008, a cura di Luca Manini;

6. Fare geostoria nel tempo presente, Progetti di educazione alla cittadinanza, 2009, a cura di Antonio Canovi, Lorena Mussini, Sandra Palmieri  (Il quaderno n. 6 è edito dal Comune di Reggio Emilia, dalla 7^ Circoscrizione, dall’Istituto “Canossa” e dall’Istituto Comprensivo “Galilei”);

7. “Per le recenti disposizioni sulla razza” Storia di Ferruccio Pardo e di altri reggiani ebrei, 2009, a cura di Alessandra Fontanesi, Lorena Mussini, Antonio Petrucci (Il quaderno n. 7 è edito insieme a Istoreco RS Libri);
                                                                                                         
8. A l’aura sparsi, Petrarca, l’Italia, l’Europa, a cura di Luca Manini;

9. Assalto alla mente. Neuro(co)scienze e intersoggettività, a cura di V.Gallese, E.Esposito, E.Moietta, A.Ramploud, G.Stella

 
 

                                                         “FILOSOFIA AL CINEMA” di Antonio Petrucci
 
Il libro Filosofia al cinema – edito dall’Istituto “Matilde di Canossa” -  è nato da un progetto scolastico del Dipartimento di filosofia e scienze sociali: sono stati selezionati quattro film, proiettati al cinema Rosebud, poi ripresi in seminari con gli studenti. Hanno lavorato al progetto sei professori di filosofia (Katia Malaguti, Enrico Mambriani, Enzo Moietta, Antonio Petrucci, Leonardo Salati, M. Domenica Tondelli) e tre critici cinematografici (Eugenio Bicocchi, Tullio Masoni, Paolo Vecchi). In fase di stesura dei testi ai tre critici  si è aggiunto Marco I. Zambelli.

Il volume è stato presentato il 1° marzo 2008 all’Università di Modena e Reggio da Giuliano Fornaciari, preside del “Canossa”,  da Antonio Petrucci e M. Domenica Tondelli, che hanno curato la pubblicazione, e dal critico cinematografico Tullio Masoni.

L’idea iniziale era quella di attrarre l’attenzione sulla scrittura filosofica, sulle forme letterarie della filosofia - contro il livellamento storicistico o l’appiattimento manualistico.

Prendiamo come primo esempio la storia della filosofia greca.

Il saggio filosofico di tipo aristotelico – che potremmo definire descrittivo e argomentativo - è solo uno dei generi di scrittura filosofica, non l’unico: nella filosofia greca c’è anche il poema di Parmenide, gli aforismi di Eraclito, le poesie di Empedocle, la lettera di Epicuro ecc. e c’è, soprattutto, il dialogo platonico.

Ci sarebbe da studiare il rapporto fra dialogo platonico e teatro, perché il dialogo platonico nasce in una ricca stagione teatrale (è un “teatro di idee”) e poi Platone si occupa del rapporto fra logos e mythos, fra idea e narrazione, e dell’aiuto che il mito può dare al logos quando questo è inadeguato perché ancora immaturo. Il mito non è menzogna e non è neanche una favola. Il mito per l’appunto (si pensi agli schiavi nella caverna della Repubblica o alla biga alata del Fedro) è una verità raccontata per immagini.

(Per inciso: Platone, che condannava la poesia di imitazione, cioè il teatro, e quella “mista”, cioè l’epica, avrebbe senz’altro condannato anche il cinema… ma forse non il cinema muto, giacché lui ha creato grandi miti senza dialoghi, anzi li ha creati a condizione che fossero così.)

E poi si pensi ai filosofi dell’Illuminismo e al loro rapporto con il romanzo. Essi hanno fatto un uso strumentale del romanzo, si potrebbe dire. Ma forse c’è molto di più. I romanzi di Voltaire e Diderot non sono solo interessanti per l’idea che esprimono, ma anche di per sé per la storia che raccontano. (Mentre Rousseau mi pare più didascalico e prolisso.)

D’altra parte il romanzo era agli inizi e i filosofi hanno contribuito a crearlo.

E ora mi viene in mente che, secondo Hegel, quando la consapevolezza che l’autore ha della sua opera diventa troppo forte la poesia finisce per lasciare il posto alla filosofia. Il romanzo è sicuramente il “luogo letterario” in cui la poesia finisce e la filosofia inizia il suo discorso. E il cinema, che è il luogo dell’incontro fra varie forme d’arte - narrativa, teatro, fotografia, musica, - non potrebbe anche essere il luogo di un importante incontro con la filosofia?


Filosofia al cinema si divide in due parti.

La prima parte ha carattere generale e si pone il problema: può il cinema affrontare temi filosofici o addirittura produrli? In maniera più analitica degli altri autori, Eugenio Bicocchi e Leonardo Salati hanno cercato di rispondere alla domanda e quindi di fondare una teoria del “cinema filosofico” o della “filosofia cinematografica” (che lasci il cinema essere tale): Bicocchi ha introdotto il concetto di “filosofia implicita”, Salati quello di “concetti-visuali” e “disseminazione filosofica”.

Bicocchi ha introdotto l’argomento partendo dalla differenza fra mitologia esplicita e mitologia implicita. La prima si dà nel film mitologico (s’immagini un film su Odisseo o Antigone o Medea), la seconda in un film contemporaneo, nel quale il mito faccia da archetipo o, se si preferisce, da struttura: ad es. è possibile raccontare la storia di un uomo o d’una donna che, come Antigone, si opponga, nel nome della morale, alle leggi dello Stato. Egualmente si pone la differenza fra filosofia esplicita e filosofia implicita. Nel primo caso avremo un film su un filosofo (su Socrate, S. Agostino o Nietzsche) e sul suo pensiero, anzi vedremo il pensiero e l’opera nascere attraverso la vita e gli eventi della vita dell’uomo. Nel secondo caso avremo un film che fa riferimento a una filosofia o che comunque ci offre una filosofia che scorre con la storia o sotto la storia, e che noi possiamo scorgere, se così posso dire, “in controluce” o “sottopelle”.

Insomma, raccontare è pensare. Raccontare senza pensare è impossibile. Vale per il cinema come per il romanzo. Dunque non c’è una bella storia che non abbia in sé la sua “filosofia implicita”. 

Può il cinema affrontare o produrre…? Alla prima domanda si può senz’altro rispondere che sì, il cinema può trattare temi filosofici. Alla seconda si potrà rispondere, magari con maggiore prudenza, che potrebbe anche produrli. Fermo restando il suo linguaggio che è quello del cinema… cioè di una forma di narrazione che si avvale non solo di parole, ma di immagini in movimento, dialoghi e commento sonoro.

La seconda parte del libro potrebbe essere la risposta alla prima parte: si esaminano infatti quattro film a tematica filosofica forte, La doppia vita di Veronica, Il settimo sigillo, Il principe di Homburg, La finestra nel cortile. Quattro film, quattro registi: Kieslowski, Bergman, Bellocchio, Hichcock. Il tema del dubbio, ha detto Tullio Masoni, attraversa i quattro film: dubbio sulla identità, sull’individuo e sul suo mistero; sull’esistenza di Dio; su ciò che è giusto oppure non lo è; e infine sul conoscere, sulla verità che a volte ci sfugge pur essendo sotto i nostri occhi e a volte salta fuori dalla tenebra più fitta. 

L’analisi dei quattro film è stata condotta, alternativamente, dai critici cinematografici e dai docenti di filosofia... La differenza dei punti di vista e dei linguaggi, ma anche la convergenza di interesse e di attenzione su temi e perfino su singoli dettagli hanno dimostrato la non gratuità del nostro esperimento - e non parlo solo di scuola.

Come tutte le arti, il cinema arricchisce la nostra esperienza della vita e del mondo. Più delle altre arti, però, ci trascina nell’illusione della realtà. Fino al punto che la nostra vita, il nostro essere in una sala cinematografica, viene “sospeso”. Il cinema è una rappresentazione del mondo che si pone come assoluta, cioè che ci chiede di credere (o di fingere) che essa sia la realtà.

E’ perciò importante che, alla fine, ci riconduca a noi stessi, alla vita e alla storia.